Jam - marzo 2003

di Ezio Guaitamacchi

DIAMANTI IN FONDO ALL’ANIMA

"She’s so good", mi dice parlando di Ani DiFranco.

Non è la prima volta che Ben Harper esprime pubblicamente un parere lusinghiero riguardo ai suoi colleghi. Ad esempio, ricordo tempo fa di aver letto sul suo sito (www.benharper.net, ideato e realizzato in modo superlativo) che Ben consigliava ai fan i dischi di Gillian Welch. "Abbiamo gli stessi gusti", devo aver pensato. E, subito dopo, mi è venuto in mente che, dai tempi del suo album di debutto, io e Ben ci incontriamo regolarmente all’uscita di ogni nuovo disco o nel corso di qualche tour.

La cosa non è sfuggita neppure a lui.

"Te lo ricordi", mi dice, "che ci conosciamo da quasi dieci anni? In pratica, dalla pubblicazione in Europa di Welcome To The Cruel World… si può dire che siamo cresciuti insieme…"

L’ennesimo meeting con lui, che stavolta avviene nei nuovi uffici milanesi della sua casa discografica, è come sempre piuttosto affettuoso. Il signor Harper mi fa strada nel corridoio prima di darmi il benvenuto nella saletta che definisce, scherzosamente, "il mio ufficio".

Sorride, il dolce Ben. A dire il vero, i capelli ‘stirati’, la canottiera da basket (per la cronaca, quella dei Los Angeles Clippers) e le braccia tatuate gli danno, a prima vista, un’aria da rapper aggressivo. Che contrasta nettamente con la sua vera essenza: riflessivo, intimista e con un’inclinazione profondamente spirituale, Harper non è soltanto un artista rassicurante. È una persona realmente deliziosa.

Anche se, per evitare spiacevoli contrattempi, è più salutare capire subito di che pasta è fatto. Meglio non pensare, infatti, che dietro a questa apparenza docile non ci siano un carattere fermo e una personalità determinata. Difficile da credere, dite voi? Provate a dare un’occhiata al dvd Pleasure + Pain nel quale è documentato un battibecco avuto proprio con un giornalista europeo reo di aver posto qualche domanda ritenuta poco idonea. "Odio quando mi chiedono cose stupide o troppo personali e soprattutto quando queste non hanno nulla a che fare con la mia musica. Se le cose non vanno come dico io, preferisco interrompere le conversazioni."

Detto fatto: l’incauto giornalista spegne il registratore, si alza e se ne va.

In realtà, con me Ben ha sempre parlato di tutto. Anche se ricordo che una volta non ha voluto rilasciare dichiarazioni sulla sua (allora) recente paternità. Certo, con lui è molto meglio discutere di musica o sfogliare l’album dei ricordi. Tanto che non posso scordarmi di quella volta (era il 1994) in cui, per uno showcase che stavo allora riprendendo con le telecamere di Telepiù, gli ho prestato la mia chitarra.

"Ce l’hai sempre la tua Martin?", mi chiede lui.

"Sì… e gode di ottima salute!", gli rispondo. "Sai, l’anno scorso sono stato a Claremont, nel negozio della tua famiglia. Lì, ho provato una Maton (le chitarre acustiche australiane che Harper oggi usa abitualmente, nda) ma non mi è piaciuta. Molto meglio la mia vecchia D-35…"

Ben si mette a ridere. "Sei stato davvero al Folk Music Center? Allora, adesso puoi davvero capire tutto. Io, lì dentro, ci sono praticamente cresciuto e posso dire che il mio gusto musicale ne è rimasto influenzato moltissimo. Ho compreso l’importanza di ascoltare musiche diverse, di studiarne gli stili e di interpretarle in modo originale."

Senza che ancora glielo chiedessi, quindi, Ben ha svelato il segreto della sua inimitabile ricetta artistica. Che gli consente di essere, oggi, uno dei songwriter più versatili del mondo ma al tempo stesso di restare assolutamente originale. Bastano, infatti, pochi secondi di un brano (che sia un blues, un reggae, una ballata acustica, un pezzo soul o un rockettone tosto) per riconoscerlo all’istante. Specie nel suo ultimo album, Diamonds On The Inside, un’autentica parata di brani, stilisticamente diversissimi, composti e interpretati da vero fuoriclasse.

"Sono contento che mi dici queste cose", mi fa lui. "Ero stufo di parlare delle mie influenze. Di Bob Marley, Robert Johnson, Neil Young, Marvin Gaye. O di Hendrix, degli Zeppelin o Muddy Waters. La musica, gli stili, l’arte e la creatività di queste figure leggendarie sono state da me completamente metabolizzate. Il periodo in cui io dovevo dimostrare al mondo le mie capacità è finito. Oggi, credo di aver raggiunto una piena personalità artistica e una precisa identità. Direi che il Live From Mars ha chiuso un ciclo. Diamonds On The Inside ne apre uno nuovo in cui ne esce un Ben Harper più determinato e sicuro dei propri mezzi."

E, aggiungo io, persino più ispirato. Oggi Ben scrive con una facilità e una naturalezza davvero imbarazzanti. Sempre mantenendo una pertinenza stilistica impeccabile. "Non ho bisogno di andare sul Delta del Mississippi per scrivere un blues o a Kingston per comporre un brano reggae. L’ispirazione o le idee possono giungere in modo improvviso e nei luoghi più impensati. Io, in genere, scrivo molto quando sono on the road. È, probabilmente, un modo per fuggire dalle difficoltà della vita del musicista, dai sensi di colpa verso la famiglia ma anche dagli stress di essere ogni sera in un luogo diverso. Dopo un po’, o per lo meno, a me capita così, sei alla ricerca di certezze. Io provo a scovarle nelle mie canzoni."

Per questo, Ben mi racconta che ogni luogo e ogni situazione diventano potenziali ‘stanze creative’. "Ho davvero scritto alcuni testi", confessa, "sui fazzolettini di carta che ti danno in aereo. Già, proprio come si favoleggia nella mitologia rock…"

E pur ammettendo che girare con gli stessi musicisti e con un entourage fisso gli attenua le ansie, "i pezzi li compongo sempre da solo. È raro che provi i nuovi pezzi mentre sono in tournée. In genere, i miei musicisti non ascoltano mai il nuovo materiale prima di entrare in sala d’incisione: penso che fare troppe prove prima comporti poi una minore freschezza e spontaneità nel corso delle session di registrazione. Per Diamonds On The Inside ho voluto provare una cosa inedita: nessuno dei musicisti aveva mai sentito una canzone prima dell’inizio delle registrazioni. In tre mesi abbiamo completato il lavoro con enorme soddisfazione. In studio, gli Innocent Criminals danno il loro contributo per ciò che riguarda gli arrangiamenti. E, dal vivo, hanno molto spazio sulle parti improvvisate. Ma, in genere, si parte sempre da un mia idea".

È stata, ovviamente, sua l’idea di chiamare i Ladysmith Black Mambazo per un brano (Picture Of Jesus) il cui arrangiamento è rimasto a lungo in dubbio. Gli faccio notare che il coro zulu (diventato celebre dopo la partecipazione a Graceland) proprio nel fortunato sodalizio con Paul Simon cantava Diamonds On The Sole Of Her Shoes. Oggi i diamanti finiscono dentro di noi, in fondo all’anima (come recita il titolo del disco di Ben) e non sotto le suole delle scarpe…

"Non ci avevo fatto caso… anche perché i Black Mambazo li conosco da molto prima che incidessero Graceland. Al Folk Music Center c’è una sezione di dischi di world music; i loro album erano nei nostri scaffali già all’inizio degli anni 80. Quando ho avuto l’intuizione di trasformare Picture Of Jesus in un brano a cappella ho immediatamente pensato a loro. Ho telefonato al mio manager il quale, nel giro di un’ora, ha scoperto che la settimana successiva Ladysmith Black Mambazo sarebbero stati in California e che avrebbe avuto un day off. Abbiamo preso l’occasione al volo e registrato immediatamente il brano che dà un ulteriore tocco di originalità al disco."

"E per tornare al titolo", ci tiene a sottolineare, "come sai, io ho da sempre la convinzione che la parte più interessante degli esseri umani sia quella interiore. Che il nostro corpo sia soltanto una miniera in cui immergersi e scavare per trovare quei ‘diamanti’ spirituali che potenzialmente tutti possediamo. Si tratta di farli arrivare in superficie."

Quando parla di queste cose, non posso scordarmi che Ben è nato alla fine degli anni 60 (come mi suggeriva la sua coetanea Noa) "poco prima che il mondo cominciasse a deteriorarsi" e che, non a caso, è diventato un beniamino della scena neo-hippie delle jam band. Il suo volto è recentemente apparso sulla copertina di Relix, il magazine più amato dagli ‘orfani’ di Jerry Garcia.

"Trovo che il mondo della musica stia vivendo un momento eccitante. Sia per quello che riguarda il fenomeno delle jam band sia per tutti i nuovi artisti – da Norah Jones a Macy Gray, dai Wilco alla Dave Matthews Band – che sono emersi negli ultimi 5 o 6 anni. È davvero eccitante poterne far parte: credo che possa costituire un ulteriore stimolo a fare musica migliore."

"Sono molto soddisfatto del nuovo album", prosegue Ben, "e al tempo stesso estremamente motivato: non vedo l’ora di portare il nuovo repertorio in tour (la data inaugurale, 1 marzo, si tiene al Bridges Auditorium di Claremont, nda). Sto attraversando un momento magico della mia carriera, specie dal punto di vista creativo. Come direbbero gli sportivi, mi sento in gran forma. Perché se è vero che molti, giustamente, vanno in palestra per allenare il proprio fisico, io faccio la stessa cosa con la mente: scrivere nuove canzoni è il mio allenamento quotidiano."

"Per me la musica non ha barriere", conclude Ben, "non ha confini stilistici e nemmeno divisioni culturali. Sarà che io stesso sono mezzo bianco e mezzo nero… sarà che sono cresciuto ascoltando contemporaneamente Woody Guthrie e Howlin’ Wolf, gli Allman Brothers e Bob Marley, Jimi Hendrix o i Chieftains… sarà che so suonare strumenti etnici che vengono dagli angoli più sperduti del pianeta… sta di fatto che oggi mi considero cittadino del mondo. E sono felice che la mia musica sia ascoltata oggi in tanti paesi diversi e che sia apprezzata quasi ovunque."

(e.g.)

Folk Music Center
Il cuore della famiglia Harper

Ci vuole un’oretta e mezza dal centro di Los Angeles per arrivare a Claremont. S’imbocca la Interstate 10 e si attraversano la San Gabriel e la Ponoma Valley; vicino agli aranceti c’è il deserto e poco oltre la San Bernardino National Forest, il cui ambiente naturale ricorda le foreste della Sierra Nevada. Claremont è una cittadina tranquilla, con un clima secco ma caldissimo (specie d’estate) e poche attrattive.

A meno che non siate appassionati di musica. In questo caso la vostra destinazione è una sola: la centrale Yale Street. Qui (109 Yale Avenue) c’è il Nick’s Cafe il locale di Nick Sandro (vecchio amico di Chris Darrow) in cui tutti i musicisti locali (Ben Harper incluso) si sono esibiti. Più avanti, al numero 235 di Yale, si trova il fornitissimo Rhino Records Claremont, che appartiene alla nota e omonima label discografica specializzata in ristampe di album storici e di eccellenti cofanetti retrospettivi. Infine, di fronte al Rhino Records (220 Yale Avenue), ha sede il Folk Music Center and Museum, il negozio della famiglia Harper.

Fondato il 12 agosto del 1958 dai coniugi Charles e Dorothy Chase (i nonni di Ben), era inizialmente locato in Harvard Avenue, sul retro del Boots Beer Real Estate Office. Quelli del Boots, infatti, avevano affittato il retro del loro stabile a 35 dollari al mese dicendo: "Fate pure quello che volete: tanto non verrà mai nessuno".

Grazie a un prestito di 2.000 dollari da parte del fratello di Dorothy i due iniziano a comprare alcuni articoli del negozio di strumenti e attirano i primi clienti. Poco dopo, un certo Mike Fay lascia loro un sitar, una coppia di tabla e un tamboura. Quindi, a seguito di un articolo del giornale locale (il Claremont Courier), il nome del negozio si diffonde oltre i confini cittadini. Subito dopo, il primo trasferimento in First Street. A gestire il negozio, c’è Albert Udin, il papà di Dorothy che nel frattempo dà lezioni di banjo e chitarra mentre Charles ripara gli strumenti nel sottoscala. Nel 1961, i Chase con alcuni amici inaugurano il Golden Ring, un folk club (uno dei primi nella California del Sud) che nei 5 anni di vita ospita i migliori nomi dell’epoca, dai New Lost City Ramblers a Doc Watson. Il 5 Aprile 1970, il Folk Music Center si sposta nell’attuale sede di Yale Street. Dorothy continua i suoi corsi e Charles diventa sempre più rinomato come liutaio. Entrambi sono attivi nell’organizzazione di concerti folk.

Nel 1976, al negozio viene affiancato il Museo. La prima collezione è costituita da due chitarre Stauffer del 1880 che Charles e Dorothy avevano trovato in un negozio dell’usato e comperato per 5 dollari. Oggi il museo contiene centinaia di pezzi provenienti dai più remoti angoli del pianeta. Da qualche anno, Ellen Chase-Verdries (figlia dei Chase e mamma di Ben) è la direttrice del Folk Music Center che è stato acquistato da Ben che considera il FMC non solo un bene di famiglia ma addirittura parte integrante della sua personalità artistica.

Il negozio (che ospita anche una sezione di libri e dischi), ancora oggi è molto ben fornito per ciò che riguarda gli strumenti etnici. In più, vanta un notevole assortimento di chitarre acustiche e di altri strumenti a corde (banjo, mandolini, dulcimer, autoharp) tipici della tradizione nordamericana. Di particolare interesse per gli appassionati, le chitarre di Ben Harper: le Maton (acustiche di costruzione australiana) nei diversi modelli e le leggendarie Weissenborn, slide acustiche particolarissime con cassa di risonanza anche sul manico.

Il Folk Music Center è un bel locale ampio, con uno spazioso retrobottega in cui è possibile ammirare altri strumenti, provare quelli elettro-acustici o semplicemente osservare i liutai al lavoro nelle riparazioni. Qualche volta, uno dei fratelli Harper sta dietro il bancone a servire i clienti.

(e.g.)